«NON SMETTETE DI SOGNARE»
Io credo che tu sia molto più di quello che noi diciamo di te e che tu abbia molte più capacità di quelle che pensi.
Ti chiedo, però, di non mollare e di non smettere mai di sognare».
È questo il messaggio che monsignor Benoni Ambarus rivolge ai giovani, una generazione che fatica a trovare il proprio posto nella società e a immaginare un futuro diverso dal presente.
L’arcivescovo di MateraIrsina e Vescovo di Tricarico affida alla nostra redazione una sua riflessione sul difficile momento storico che stiamo vivendo tra crisi della democrazia, disuguaglianze economiche, lavoro precario e diffusione del gioco d’azzardo.
«Siamo in una situazione in cui tutto si sta trasformando in maniera totale, radicale», osserva il Vescovo.
A preoccuparlo è soprattutto il progressivo indebolimento della partecipazione democratica, a partire dalla disaffezione verso il voto, insieme a quella che definisce una crescente «sete di autoritarismo», in diverse parti del mondo.
Ma accanto alle trasformazioni politiche e sociali c’è una crisi ancora più profonda, quella del senso della vita. «Sta venendo meno tanto il senso di vita e il senso della vita.
Questo mi preoccupa molto», indicando nella perdita di significato una delle questioni centrali del nostro tempo.
È proprio sulle nuove generazioni che “don Ben” concentra una parte importante della sua analisi.
I giovani, a suo giudizio, pagano il prezzo di scelte economiche compiute nel passato e di un sistema che fatica a garantire loro opportunità concrete.
«Mi sembrano degli agnelli sacrificali i ragazzi oggi.
Sono le vittime del nostro sistema economico», dichiara. Il peso del debito pubblico, secondo il sacerdote, rischia di sottrarre risorse alle politiche necessarie per sostenere i giovani, che si trovano così a dover affrontare prospettive incerte sul lavoro, sulle pensioni e persino sull’assistenza sanitaria. «È come se avessero smarrito il senso di vivere.
C’è il male di vivere oggigiorno», osserva don Ben, interrogandosi su una società nella quale diventa sempre più difficile comprendere per che cosa valga la pena impegnarsi e costruire il proprio percorso.
Secondo il vescovo non bastano interventi marginali o soluzioni temporanee.
«Nessuno ha una ricetta specifica, ma di certo dobbiamo ripensare dalle fondamenta al tutto.
Non possiamo illuderci di mettere delle pezze sulle situazioni e sulle voragini». La revisione deve riguardare il welfare, il sistema retributivo e il rapporto tra lavoro e dignità della persona.
«Non è possibile che coloro che si affacciano sul mondo del lavoro, quando hanno un luogo dove affacciarsi, siano pagati una miseria, semplicemente perché qualcuno vuole solo guadagnare».
Il Vescovo di Matera-Irsina e Tricarico fa sua anche la preoccupazione del mondo agricolo con i braccianti esposti a condizioni di sfruttamento, e i giovani che, anche dopo aver studiato, faticano a ottenere retribuzioni sufficienti per vivere autonomamente ed è lì che si arriva alla progressiva umiliazione della persona: «Quando c’è l’umiliazione della vita c’è la frustrazione, e dopo la frustrazione c’è la rabbia».
In questo periodo di forte disagio sociale e tensioni c’è un fenomeno che preoccupa non poco Ambarus ed è la diffusione del gioco d’azzardo considerata una delle manifestazioni più evidenti delle fragilità sociali contemporanee.
«Le prime vittime dell’azzardo sono i più disperati, che sperano e pensano a un colpo di fortuna», spiega.
Il gioco viene inizialmente percepito come uno svago, una possibilità di cambiare la propria condizione.
Ma può trasformarsi in una dipendenza capace di aggravare proprio quelle difficoltà dalle quali si cercava una via d’uscita.
Il contrasto all’azzardo, secondo il vescovo, non può limitarsi a interventi successivi, quando il danno è già stato compiuto.
Occorre interrogarsi sulle responsabilità collettive e sulle politiche che, mentre cercano di contenere le conseguenze della dipendenza, possono contribuire ad alimentare il fenomeno.
E tornando sui giovani, don Ben pensa che forse «non abbiamo nemmeno il diritto di dare tan- ti consigli a questi ragazzi.
Dovremmo soltanto guardarli e dire: io credo che tu sia molto di più di quello che diciamo noi di te».
La preoccupazione più grande è che le nuove generazioni smettano di sognare, rinunciando a colti- vare passioni, desideri e progetti.
Ai giovani don Ben chiede anche di farsi sentire, di partecipare, di occupare gli spazi pubblici e di pretendere risposte da chi ha responsabilità educative, sociali e politiche. «La violenza è sempre da condannare, sempre.
Ma questo non significa restare in silenzio. Alzate la voce, fate chiasso, fate rumore», esorta, richiamando ancora una volta le parole di Papa Francesco.
Manifestazioni, assemblee, incontri e occasioni di confronto possono diventare strumenti per riportare al centro le domande delle nuove generazioni.
Non per mettere semplicemente sotto accusa amministratori, istituzioni o Chiesa, ma per chiedere loro di assumersi le proprie responsabilità.
È tutto qui il senso del suo messaggio. Una società che non ascolta i giovani rischia di perdere non soltanto una generazione, ma anche la capacità di rinnovarsi.
Restituire loro dignità, opportunità e fiducia non è dunque una concessione, ma una responsabilità collettiva.
Perché il futuro, prima ancora di essere una certezza economica o professionale, deve tornare a essere una possibilità da immaginare e costruire

