SPERANZA, CHE FIGURACCIA!Finisce male “la recita di Santa Marta”: era tutto, come sempre, un copione

SPERANZA, CHE FIGURACCIA!

C’ è un confine sottile, ma invalicabile, che separa la legittima strategia difensiva di un uomo politico dal ridicolo della sceneggiata teatrale.

Un confine che Roberto Speranza ha varcato con passo deciso durante la sua attesissima audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid.

Quello che doveva essere il giorno del riscatto dell’ex ministro della Salute, l’occasione per rivendicare con orgoglio le scelte draconiane della pandemia – dal Green Pass ai protocolli della “Tachipirina e vigile attesa” -, si è trasformato nel palcoscenico di un clamoroso autogol comunicativo.

Uno stigma che difficilmente la sua residua credibilità riuscirà a cancellare.

Il cuore della polemica non risiede soltanto nelle sue ostinate risposte di merito, ma nel modo in cui ha tentato di manipolare la sfera emotiva dei commissari e del pubblico a casa.

A un certo punto dell’audizione, Speranza ha deciso di giocare la carta del pathos.

Ha abbandonato il tono burocratico e distaccato per indossare i panni della vittima sacrificale, dell’uomo solo al comando schiacciato dal peso di decisioni epocali.

Per farlo, ha orchestrato un crescendo lirico, una vera e propria agitazione emozionale focalizzata sul richiamo spirituale a Papa Francesco e ai difficili momenti condivisi a distanza durante l’emergenza.

Nelle intenzioni dell’ex ministro, quel passaggio doveva apparire come uno sfogo umano, un discorso sgorgato dal cuore in modo del tutto naturale.

La voce che si incrina, la postura che si fa tesa, lo sguardo cerchiato dalla fatica: ogni elemento del linguaggio non verbale era tarato per gridare al mondo una presunta e sofferta spontaneità.

Un sussulto dell’anima offerto in diretta a braccio per sottrarsi, attraverso l’empatia, alle durissime contestazioni della maggioranza.

Peccato che il teatro abbia le gambe corte se qualcuno decide di guardare dietro le quinte.

A far crollare il castello di carte è stato il senatore di Fratelli d’Italia, Marco Lisei, che ha interrotto la narrazione drammatica con la freddezza di un cronista.

Mentre Speranza simulava il trasporto emotivo in aula, le agenzie di stampa stavano già battendo quelle medesime dichiarazioni sul Pontefice.

Parola per parola. Virgola per virgola. Con lo stesso identico afflato pseudoreligioso.

Il trucco è stato svelato nel modo più umiliante: il di- scorso “spontaneo” era un testo scritto, blindato, impacchettato e inviato alle redazioni dei giornali prima ancora che l’ex ministro aprisse bocca in Commissione. Persino l’agitazione, persino la commozione legata alla figura del Papa erano state pianificate a tavolino nella quiete di un ufficio stampa.

È proprio questo l’aspetto più grave e stigmatizzabile dell’intera vicenda.

Preparare una linea di difesa per un’audizione istituzionale è un atto normale, persino doveroso.

Costruire invece l’artificio della spontaneità, vendere come “batticuore” un comunicato stampa pre-datato, è un insulto all’intelligenza degli interlocutori.

Fingere un sussulto emotivo e strumentalizzare un’alta autorità morale per fini di protezione politica trasforma la politica in una recita grottesca e cinica.

Nel disperato tentativo di umanizzarsi, Speranza ha finito per mostrare la caricatura peggiore del vecchio apparato ideologico: quello che calcola al millimetro anche i sospiri e i battiti cardiaci, dimenticando che nell’era dell’informazione in tempo reale il suggeritore è sempre visibile.

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