IN 25 ANNI PREZZI SU DEL 63%
Venticinque anni dopo, il conto è salato.
In Italia i prezzi al consumo sono aumentati del 63% tra il 2000 e il 2025, ma per alcune voci essenziali, a cominciare da abitazione e utenze, i rincari hanno superato il 100%.
È la fotografia pubblicata dall’Istat, che restituisce la misura di un cambiamento profondo nei bilanci familiari.
Vivere costa molto più di un quarto di secolo fa e non tutti i redditi hanno tenuto il passo. La media, da sola, non basta a descrivere la situazione.
I prezzi dei beni industriali non energetici sono cresciuti di poco più del 25%, mentre l’aumento delle spese per casa, elettricità e combustibili è stato ben più consistente.
La differenza è decisiva.
Si può rinviare l’acquisto di un vestito o di un elettrodomestico, ma non si può fare a meno di pagare l’affitto, accendere il riscaldamento o utilizzare l’energia.
Quando a rincarare sono soprattutto le spese obbligate, il margine per le altre voci si restringe e il risparmio diventa spesso la prima rinuncia. Il problema è che i rincari accumulati non scompaiono quando l’inflazione rallenta.
I prezzi possono smettere di crescere rapidamente, ma restano su livelli più alti.
È quanto accaduto dopo la crisi energetica del 2022, i cui effetti hanno lasciato un segno duraturo.
E la tregua si è rivelata fragile. Secondo l’Istat, a settembre 2026 l’inflazione è tornata a superare il 4% su base annua, anche per la nuova spinta dei beni energetici.
Per le famiglie significa dover affrontare un’altra fase di pressione proprio mentre cercano ancora di assorbire gli aumenti precedenti.
A confermare le difficoltà c’è il rapporto Istat sui consumi del 2025.
La spesa media mensile delle famiglie si è attestata a 2.782 euro, appena l’1% in più rispetto all’anno precedente, contro un’inflazione armonizzata dell’1,6%. La spesa alimentare è invece salita del 3,6%, passando da 533 a 552 euro al mese.
E quasi tre famiglie su dieci, il 29,4%, dichiarano di aver limitato la spesa per il cibo, riducendo le quantità o la qualità dei prodotti acquistati.
E’ il segnale che anche il carrello della spesa, la voce più ordinaria del bilancio domestico, è diventato terreno di selezione e compromessi.
Dietro la media nazionale si nascondono inoltre differenze territoriali importanti.
Nel 2025 la spesa mensile delle famiglie del Nord-est è stata superiore del 39,3% a quella delle famiglie del Sud. La spesa media, peraltro, non coincide con quella della famiglia “tipo”.
Il valore mediano si ferma a 2.338 euro al mese, a conferma che una parte consistente dei nuclei vive con risorse inferiori alla media.
Per chi dispone di un solo reddito, paga un affitto o vive di pensione, ogni aumento delle spese essenziali pesa in proporzione ancora di più. Il rischio è che il contenimento dei consumi finisca per diventare un’abitudine.
Si rinuncia al ristorante, si rimanda una vacanza, si compra meno abbigliamento. Ma quando le economie raggiungono alimentazione, manutenzione della casa o cure, il problema assume un’altra dimensione. Non tutte le famiglie che tagliano la spesa sono povere, ma il fatto che tante siano co- strette a rivedere anche acquisti ordinari segnala una vulnerabilità che i soli indicatori generali non restituiscono fino in fondo. Il punto, alla fine, non è soltanto quanto aumentano i prezzi. È quanto resta in tasca dopo aver pagato ciò a cui non si può rinunciare. E se una quota crescente del reddito serve a coprire le necessità, la libertà di consumo si riduce, il risparmio si assottiglia e ogni nuovo rincaro trova famiglie con meno spazio per assorbirlo. Dopo venticinque anni, il carovita presentare un conto salatissimo.
Lucia Serino

