QUELLO CHE RESTA DEL FUTURO: IL ROMANZO DI CLAUDIA MARINIl terzo libro scritto della giornalista del Quotidiano Nazionale

QUELLO CHE RESTA DEL FUTURO: IL ROMANZO DI CLAUDIA MARIN

Il titolo dell’ultimo libro di Claudia Marin contiene una contraddizione.

Il futuro, per definizione, non può essere stato.

Eppure è proprioquesta impossibilità grammaticale adare forma al suo terzo romanzo, “Il futuro che eravamo” (Rubbettino).

Perché il futuro, quando lo si guarda dall’età adulta, è anche ciò che resta delle aspettative di un tempo, non soltanto ciò che è accaduto, ma soprattutto la distanza tra ciò che si immaginava possibile e ciò che la vita ha poi concesso.

Marin arriva alla narrativa da un mestiere che procede in direzione apparentemente opposta.

Giornalista del “Quotidiano Nazionale”, da anni impegnata sui temi dell’economia, della politica e delle trasformazioni sociali, appartiene a quella categoria professionale per la quale i fatti devono essere verificati (dovrebbe-ro), ordinati, ricondotti a una struttura leggibile.

Nei suoi tre romanzi – “Figlie uniche”, “Imperfezioni” e ora “Il futuro che eravamo” – il movimento è invece verso ciò che i fatti non riescono a contenere, e cioè la memoria, le relazioni, le zone opache dell’identità.

È significativo che sia proprio il rapporto tra le persone più vicine – genitori, fratelli, amanti – a costituire il filo sotterraneo della sua narrativa.

Il nuovo romanzo mette al centro Luca e Camilla, fratello e sorella, e costruisce in-torno alla malattia e alla morte di Luca un lungo ritorno all’infanzia.

Ma sarebbe riduttivo definirlo un ro-manzo sul lutto.

La morte è il dispositivo narrativo che con-sente alla protagonista di riaprire una vita apparentemente già archiviata. Il passato non viene recuperato attraverso una ricostruzione lineare, procede per oggetti, abiti, fotografie, negozi, odori, luoghi, dettagli apparentemente marginali. Prende così forma la Napoli dell’autrice.

Non la Napoli popolare ma quella più appartata e meno raccontata della buona borghesia del Vomero. Una Na-poli “alta e luminosa”, come la definisce la presentazione del ro-manzo, nella quale Marin è cresciuta e che si legge nei comportamenti, nelle scuole, nelle vacanze in Sardegna, nella musica, nelle frequentazioni, nell’educa-zione ricevuta, nella cura dell’apparenza e perfino nel modo di spendere il denaro.

È particolarmente rivelatore il lungo episodio dedicato agli acquisti e all’abbigliamento. Martone, Upim, Coin, Standa, le boutique del Vomero, Levi’s, Wrangler, Lee Cooper, Lacoste, Fila: l’elenco dei marchi è un’ incursione nella memoria de-gli anni Settanta e Ottanta e rivela una precisa appartenenza sociale.

Camilla guarda le vetrine con l’entusiasmo di chi sta entrando nell’adolescenza e nel mondo dei suoi codici; Luca manifesta invece una precoce insofferenza per quelli che considera bisogni costruiti, per il valore sociale attribuito agli oggetti.

La madre, intanto, tiene insieme desiderio e misura, compra il “vestito buono”, ma contratta, cerca lo sconto, distingue ciò che serve da ciò che si può evitare.

In queste pagine Marin coglie bene una borghesia che non coincide con l’opulenza.

È una borghesia educata alla rispettabilità, al controllo, alla distinzione, capace di consumare ma anche di interrogarsi sul con-sumo.

Una classe che vuole offrire ai figli un futuro migliore e che proprio per questo tende a considerare il futuro quasi come un diritto acquisito.

Luca e Camilla appartengono a una generazione cresciuta dentro la sensazione che il tempo fosse dalla propria parte.

Il futuro era un territorio aperto, nel quale studio, lavoro, relazioni e scelte avrebbero progressivamen-te trovato il loro posto.

Da adulti, però, quel futuro si è trasformato in passato.

E ciò che sembrava naturale – crescere, lavorare, amare, costruire – appare improvvisa-mente come una sequenza di possibilità consumate, alcune realizzate, altre abbandonate, altre ancora semplicemente sfumate.

Da questo punto di vista il romanzo è più interessante quando osserva che quando commuove.

Una stanza, una camicia, un paio di pantaloni, un abito rimasto pronto per un appuntamento di lavoro che non ci sarà più. Gli oggetti sopravvivono al loro proprietario e diventano una forma involontaria di biografia. Marin ha un’evidente vocazione per la precisione visiva e per l’accumulo memoriale.

Quando si affida agli oggetti, ai gesti e alle scene, il romanzo acquista spessore.

Quando invece insiste nel dichiararne il significato emotivo, rischia di togliere al lettore quello spazio di interpretazione che la letteratura dovrebbe conservare.

Resta però una questione più profonda, che il libro lascia emergere proprio attraverso il rapporto tra Camilla e il fratello.

Che cosa significa ricordare davvero qualcuno?

La morte rischia di semplificarci trasformando le persone in immagini. Il romanzo prova a sottrarsi a questa semplificazione. Considerando il lutto e la memoria come conflitto tra ciò che è stato e ciò che continuiamo a immaginare che sia stato.

E dentro questo conflitto c’è anche il ritratto di una generazione e di una città, quella borghesia napoletana che guardava al futuro come a una promessa e che oggi, attraverso i suoi figli adulti, può soltanto voltarsi a misurare quanto di quella promessa sia rimasto.

Lucia Serino

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