Le Cronache Lucane

APPALTO MENSA SAN CARLO: C’È PUZZA DI BRUCIATO

Servizio mensa dell’ospedale San Carlo di Potenza: il menefreghismo del Commissario Giuseppe Spera sta assumendo i preoccupanti contorni di un disinteresse non disinteressato. Più trascorre il tempo, ormai sono mesi, e più la vicenda della gestione dell’appalto affidato a uno dei colossi italiani del settore, la Serenissima Ristorazione Spa, non soltanto appare maggiormente paradossale, ma fa emergere anche profili tanto penali quanto di danno erariale. La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Potenza, non casualmente, è già a conoscenza del caso. Quanto all’elemento contabile, invece, non appena saranno noti alcuni e ulteriori dettagli, dal San Carlo, per esempio, il contratto stipulato con la Serenissima è stato, finora, come secretato, allora anche la sussistenza o meno del danno erariale potrà essere compiutamente vagliata. Allo stato attuale delle cose, è come se con ingenti risorse pubbliche, per un servizio diretto ai cittadini lucani, il Commissario Spera stesse graziando, e di conseguenza direttamente o indirettamente favorendo, senza tangibili motivazioni, un privato che, però, rispetto al maxi appalto in questione si presenta parzialmente, ma comunque in modo rilevante, come inottemperante. La vicenda San Carlo-Serenissima si sviluppa lungo plurime direttrici tra cui le seguenti: impatto sulla sicurezza dei dipendenti addetti al servizio mensa, sull’organizzazione del lavoro con contestuale ponderazione di mansioni, turni e carichi di lavoro, e, infine, sulla qualità, nonchè efficienza di quanto offerto. La preparazione e la somministrazione di pasti veicolati ai degenti e al personale del San Carlo di Potenza. Se già un mese fa Serenissima rischiava di perdere, previa rescissione contrattuale e revoca dell’aggiudicazione, l’appetitoso, per restare in tema, appalto lucano dal valore di 20milioni e 845mila euro, adesso il rischio dovrebbe trasformarsi in certezza, se le inadempienze non sanate, eppure nulla. Immobile il Commissario dell’Aor San Carlo, Spera, e inerti, quantomeno per logica ispettiva, sia l’assessore regionale alla Sanità, Leone, che il Dg al Dipartimento collegato, Esposito. Stranamente non accade nulla, ma dal «centro cottura di Tito», indicato dalla Serenissima come principale in sede di gara, da quanto si è potuto apprendere, ancora neanche un pasto per i degenti dell’ospedale San Carlo viene preparato. Il centro cottura non era pronto un mese fa, come non lo era alla stipula del contratto, nel giugno scorso, e non è a tutt’oggi operativo. Ma non è tutto. Perchè pare che la Serenissima come da «proposte migliorative», ha offerto la fornitura di attrezzature stimate intorno al milione di euro. Anche di queste non c’è ancora traccia. Da valutazioni ipotetiche, in attesa di un riscontro dal San Carlo che confermi o smentisca, del lungo elenco delle attrezzature da comprare, circa il 90% non sarebbe stato acquistato o messo a disposizione. Più si scava e più la vicenda si complica. L’elemento più agevolmente comprensibile è che se la veneta Serenissima, ha sede a Vicenza, ha vinto l’appalto grazie ai punteggi ottenuti con l’offerta presentata, ma quanto scritto su carta, a distanza di 4 mesi non fa il paio con la realtà, la quadra non c’è. Così sale la puzza di bruciato. Come dire che si è promesso di svolgere il servizio mensa con vassoi personalizzati con Qr code a disposizione dell’utente, per permettere al paziente-utente di ricevere informazioni circa le caratteristiche della prenotazione, dei valori nutrizionali e persino delle ricette, ma poi andando reparto per reparto all’interno dell’Ospedale San Carlo i Qr code sono “perfetti sconosciuti”. Come dire, in questo caso fantasiosamente, ma l’aderenza dell’esempio è ugualmente reale tanto quanto i Qr code, che si è preso qualche punto in più per l’offerta presentata, vincendo anche così l’appalto milionario, che essendo quinquennale vale oltre 4milioni di euro annui, promettendo di consegnare i pasti con i droni, ma dopo la firma del contratto, in corsia neanche un “elicottero”. È evidente che sulle inadempienze della Serenissima qualcosa, e anche di più, continui a non tornare. La non operatività del «centro cottura di Tito», allo stato attuale delle cose, significa una cosa: prima, dopo, e in maniera persistente, c’è un mancato accertamento dei requisiti di esecuzione dell’appalto su un elemento essenziale dell’offerta. Al mistero del disinteresse dei controllori, si aggiunge un altro mistero: quello dell’ultimatum che sarebbe stato dato alla Serenissima per adeguare il «centro cottura di Tito». Già di per sè l’azione risultava al limite della legittimità poichè essendo l’operatività del centro cottura indicato come principale uno dei requisiti di esecuzione, la concessione di una deroga per mettersi in regola, potrebbe rappresentare una violazione della par condicio tra operatori economici. In ogni caso, tuttavia, sul caso mensa al San Carlo, i “top secret” si sprecano. Come per il contratto stipulato tra l’Aor e la Serenissima, anche sul termine ultimo per iniziare a cucinare a Tito, il massimo riserbo. Di pubblico c’è solo una cosa, i soldi girati sui conti correnti della Serenissima. Di sicuro, invece, e certamente inaccettabile, il silenzio del Commissario Spera.

APPALTO VINTO GRAZIE AL CENTRO COTTURA DI TITO, CHE PERÒ NON FUNZIONA Per il servizio di preparazione e somministrazione di pasti veicolati ai degenti e al personale dei presidi dell’Azienda ospedaliera sanitaria San Carlo di Potenza, la Serenissima, che ha sede a Vicenza, ha presentato un’offerta che, apparentemente, ha rasentato la perfezione: 99,82 punti su 100 a disposizione. Proprio le caratteristiche del «centro di cottura di Tito», quali la distanza dal presidio ospedaliero, la struttura, le tecnologie e gli impianti, e altri dettagli ancora, hanno consentito alla Serenissima di ottenere un rilevante margine di vantaggio rispetto ai pretendenti. Su una scala da zero, non valutabile, a 1, eccellente, i tre Commissari della Commissione esaminatrice hanno assegnato solo punteggi nella misura dello 0,9 e dell’1. Praticamente il massimo. Il centro cottura di Tito «rappresenta oltre il 70% della produzione totale dell’intero lotto», che comprende anche gli altri presidi ospedalieri lucani facenti parte dell’Aor San Carlo, poichè «gli altri centri dedicati individuati per l’appalto hanno dimensioni e caratteristiche tecniche decisamente diverse e ovviamente anche un costo molto inferiore». Per la perdurante non operatività del «centro cottura di Tito, la Serenissima dalla sua pare avere poche scusanti, se non nessuna. Ciò perchè nell’ultimo anno circa già gestiva, in «urgenza», il medesimo servizio per il San Carlo, per cui al giugno scorso aveva contezza della realtà situazionale del territorio e dei centri di cottura. I referenti responsabili della società, non sono scesi da Vicenza a Potenza il giorno prima della firma del contratto col San Carlo, per poi trovarsi, il giorno dopo la sorpresa arrivati a Tito.

 

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