Le Cronache Lucane

RIMBORSOPOLI: ECCO TUTTI I CONDANNATI DALLA CORTE DEI CONTI

LE CONDANNE

Marcello Pittella: euro 14.192,42 Luca Braia: euro 8.848,48 Francesco Mollica: euro 12.545,99 Nicola Pagliuca: euro 3.062,33 Gennaro Straziuso: euro 19.240,86 Franco Mattia: euro 6.524,77 Alessandro Singetta: euro 6.968,05 Antonio Autilio: euro 10.180,34 Vincenzo Santochirico: euro 6.020,76 Vincenzo Edoardo Viti: euro 12.278,86 Rocco Vita: euro 3.746,93 Giuseppe Dalessandro: euro 4.152,74 Erminio Restaino: euro 2.733,28

I FATTI

Le accuse della Procura contabile della Basilicata nei confronti degli ex consiglieri e assessori regionali per illecita utilizzazione, negli anni tra il 2010 ed il 2012, delle somme relative alla indennità di rappresentanza, «ristorazione, soggiorni e altre spese», hanno retto anche in Appello. La Terza sezione centrale di Appello ha ricondannato l’ex governatore Pittella e gli altri (vedi box a lato), confermando anche il «contributo concausale» dei controllori, l’Ufficio di Presidenza, per «inadeguata vigilanza e controllo». Completamente bocciata la linea difensiva per la quale poichè tutti sbagliavano, tutti andavano assolti. È stato dai giudici contabili pesantemente sanzionato il riscontrato «allentamento di quegli indispensabili argini e confini ad una gestione illecita dei fondi pubblici, ripetuta nel tempo e basata su inammissibili ma consolidate prassi lassiste». Per tutti i politici coinvolti, il produrre «fattura o il solo scontrino» era condizione sufficiente per «dimostrarne l’inerenza» tra il costo e la sua rimborsabilità con i fondi pubblici. E invece no. Il collegio giudicante puntualizzando che non è stata contestata la«falsità della documentazione», ciò da cui non si poteva e doveva prescindere era per l’appunto l’assenza di allegati giustificativi che consentissero di «imputare spese di ristorazione o pernottamento o di consumazioni varie presso punti di ristoro» alla «componente retributiva costituita dalla indennità di rappresentanza». Lo scontrino o la fattura servono solo «a dimostrare l’effettuazione» avvenuta di una transizione monetaria per cene o altro, ma «in alcuno modo» possono rappresentare «una generalizzata ed indifferenziata “giustificazione” ai fini della corretta imputazione al “tipo” di spesa di rappresentanza ammissibile a rimborso». L’indicazione della «finalità della spesa» è proprio ciò che i condannati hanno omesso di specificare ed era l’unico dato davvero utile per «distinguere un momento di convivialità privata da un’occasione di impegno politico». Il maxi fascicolo d’inchiesta è pieno zeppo, nel merito del tema, di esempi utili. A titolo esemplificativo se ne cita uno. Il collegio giudicante, pur per assurdo volendo seguire l’interpretazione dei politici condannati, ha risposto che «non si comprende, ad esempio, come una ricevuta fiscale di un pernottamento di due persone in una località turistica rinomata, in piena estate, possa plausibilmente ricondursi ad una esigenza di rappresentanza quando manchi un riferimento ad un evento pubblico, anche non istituzionale, che ne giustifichi la relativa imputazione». Come per la falsità della documentazione, anche in questo la Terza sezione di Appello, ha precisato che prima di capire se l’albergo al mare fosse spesa rimborsabile o meno, ciò che manca, e che invece è dirimente, è proprio la «contestualizzazione pubblica» e riferibile al mandato politico. Eppure la definizione di spese di rappresentanza è semplice e chiara: lo sono tutte quelle voci di costo subordinate alla funzione rappresentativa esterna della Regione, «onde accrescere il prestigio della sua immagine e la diffusione delle relative attività istituzionali». Per questa finalità gli allora politici eletti ricevevano «al primo giorno di ogni mese» oltre 2mila e 500 euro: per attività «strettamente connesse all’espletamento del mandato politico “proprio” del consigliere regionale». Ciò vale per tutti i costi categorizzati come «altre spese», consistiti essenzialmente «nell’ottenimento di rimborsi, nell’acquisto di beni o nell’avvalimento di prestazioni e servizi personali diversi dalle spese di vitto e alloggio ed ugualmente allegati dagli interessati a fini di rimborso» Come per esempio, in riferimento a Mollica, «le spese per collaborazioni la cui inerenza con l’attività politica non è stata adeguatamente dimostrata». Ad ogni modo è risultata davvero inaccettabile la tesi per cui non fosse necessario produrre una «documentazione giustificativa» da porre «a corredo» della rendicontazione delle spese sostenute, per distinguerla, per l’appunto, «da una spesa di carattere personale, dall’acquisto di beni per uso personale o da esborsi per occasioni conviviali private» Peccato che però nella semplice presentazione di uno scontrino «ciò che manca è la prova che quegli specifici esborsi siano da ritenersi effettivamente giustificati» perchè «inerenti» al mandato di consigliere regionale. La «prassi» illecita, ma diffusa non poteva, poi, certo «assurgere a parametro di legalità comportamentale» perchè tutti così facevano.

In primo grado, nel novembre del 2017, sono stati condannati dalla Corte dei Conti di Basilicata anche Rosa Mastrosimone (14mila e 362 euro) e Roberto Falotico (9mila euro), i cui processi si sono già definiti, la prima ha pagato, il secondo è stato ricondannato, anche in Appello, nonchè i seguenti: Paolo Castelluccio (6.664,16 euro), Vincenzo Folino (3.722,82 euro), Rosa Gentile (4.741,07), Attilio Martorano (12.503,78), Vilma Mazzocco (4.566,08), Luigi Scaglione (18.147,85), Enrico Mazzeo Cicchetti (8.573,23), Pasquale Robortella (10.976,93). Assolto invece l’ex Governatore De Filippo

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