Le Cronache Lucane

H come Hostis

Rosella Corda (PhD Filosofia e Storia) Non è una parola italiana, né una parola frequente nel dibattito pubblico o nelle nostre discussioni quotidiane. Nel proporla, ci allontaniamo un attimo dal genere di parole scelte per questa rubrica. Eppure, lo vedremo, l’archetipo che andremo a delineare, come campo-di-senso, è fondamentale rispetto a tutti i discorsi fatti fino ad ora. Si tratta di una parola latina, il cui significato è notoriamente “nemico”. Da “hostis” discendono alcune parole come “ostico” e “ostile”. Secondo questo binario semantico, a essere rimarcata è la connotazione negativa del termine: l’avversità. Significa “av-verso” ciò che muove contro. A differenza dell’amico, che muove in-contro, il nemico contrasta. Ma può contrastare anche un sapore, un’idea… Anzi: senza contrasto, forse, non sarebbe possibile neanche vedere qualcosa… Pensiamo a un’immagine fotografica: cosa la rende visibile? La pura luce o la differenza, lo scarto, il negativo, tra la luce e il buio? Ciò che è avverso contrasta, ma talvolta quel contrasto è la condizione che consente la realizzazione di qualcos’altro, perfino un’opera d’arte. Allora, appare evidente, che in questa trama si nasconde un doppio senso, o un senso più ricco del previsto. Più ricco delle semplificazioni che spesso si usano, quando la prospettiva è e vuole rimanere, appunto, piatta. Priva cioè di s-fondo.

La parola “nemico” da dove viene? Questa è una parola segnatamente dialettica, poiché, se la leggiamo nella sua derivazione latina, è immediato come sia composta, da una particella “in” e “amicus”: INIMICUS, a indicare la negazione di tutto ciò che è l’amico. Nemico, in tal senso, rimarca tutto ciò che è sopraffazione. Il nemico è l’avversario, la personificazione dell’Anti. Ma la domanda, a questo punto, è: nemico significa necessariamente anche qualcosa di “male”? L’indice di nichilismo portato dall’avversario rappresenta per forza qualcosa di sbagliato? Possiamo davvero sostenere che il muover-si contro del nemico sia più distruttivo del muoversi in-contro dell’amico? Che ne sappiamo? Quando parlammo dell’amicizia – come anche della “fedeltà” – parlammo di triangolazione, a rischio di risultare equivoci. Il tema è sempre lo stesso: per districarsi in questo campo, non è sufficiente pensare in termini binari. Non si è semplicemente amici-di o nemici-di, fedeli-a o in-fedeli-a. La questione è: in virtù di cosa. Un filosofo francese contemporaneo, B. Stiegler, richiamandosi a Platone, fa riferimento al tema della “con-sistenza”. Quando ci poniamo una domanda circa il significato, il nostro cursore mentale punta in realtà al senso: a un senso per noi. Il nostro cursore cerca una bussola, per darsi un orizzonte. Ecco, il senso non esiste. Il senso, potremmo dire, con-siste. “In cosa consiste questo?”, sta per “Che vuol dire?”, oltre che “che cos’è”. Ciò che consiste si trova in un regime altro dall’esistenza. Ha bisogno, per esistere, di comunità, di condivisione. Come si condivide il divenire di una lingua e la comunità dei parlanti. L’amicizia, allora, consiste in qualcosa d’altro. Come l’amore. E rispetto a queste consistenze è possibile pensare l’inimicizia e il suo fattore di sopraffazione possibile. La consistenza è l’elemento terzo: l’ideale. Un ideale, però, che a differenza di ciò che intendeva Platone, non è iperuranico ed eterno. Ma sostanzialmente in cammino e in divenire, proprio in virtù del suo essere frutto di sovrapproduzione creativa. In base a ciò che consiste (e ciò in cui consiste), si può smascherare la natura del movimento di incontro o di scontro e la bontà di questa avventura. Possiamo farci un’idea sbagliata delle cose e per questo fraintendere la natura di un’asperità, di un’ostilità. Sopravvalutare un dato negativo, sottostimando il suo coefficiente di futuribile costruttività. C’è una doppia natura del danno, che risiede nel bacino di profonda ricchezza che è l’orizzonte di consistenze da noi prodotto, come comunità in cammino, per cui un danno può tramutarsi in opportunità di crescita. Tornando alla nostra parola, diremo che l’hostis è un “pharmakon”: medicina e veleno, come nella “farmacia di Platone”. E se si tratti di medicina o veleno si può stabilire solo in funzione del dosaggio, ovvero in base a delle soglie, degli equilibri sempre mobili e mutanti che risiedono nei corpi – fisici, sociali, personali e collettivi – che abitiamo. Da “hostis”, viene anche “hospes”, da cui “ospite”. L’ospite è lo straniero, il portatore di differenza, colui che, apportando scarto apporta anche profondità, rende possibile la visione e la comprensione. L’ospite è “l’avverso che si fa incontro” e, in questo, eleva la complessità delle consistenze: dona un di più di senso all’esistenza, arricchendo di possibilità di comprensione il nostro orizzonte di significati. In sintesi potremmo dire che quanto più una comunità è aperta all’incontro, tanto più forte sarà il suo corpo sociale, come in palestra con uno “sparring partner”. Così si fortifica un sistema immunitario, il cui inverso è il paradosso della malattia autoimmune, laddove un corpo diventa nemico di se stesso.

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